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Milano a strati

23 Dicembre 2013

© Goncalo Viana, Highrise
© Goncalo Viana, Highrise
 

Storia locale e scienze del territorio. Approcci che, pur insistendo sullo stesso oggetto (il ‘territorio’), sembrano appartenere ancora a mondi diversi. Da una parte, la storia “dei nostri luoghi”, antiquaria e del folklore, conservatrice per vocazione, carica di nostalgia di quello che c’era e che va scomparendo. Dall’altra, le scienze della pianificazione, orientate verso il futuro e la riorganizzazione funzionale dello spazio, soprattutto urbano. Due mondi, che però lo sviluppo del nuovo turismo culturale “esperienziale”, alimentato dalla fusione tra Internet e tecnologie mobile, e la nuova centralità del marketing territoriale nella governance locale stanno portando sempre più vicini. Un contributo, per costruire un ponte tra i due, viene oggi dal mondo, in rapida evoluzione negli ultimi anni, del computer mapping e dei Gis – quello, per intenderci, che è entrato nella nostra vita quando il Tom-Tom ha iniziato a guidarci nel traffico.
Negli Stati Uniti, e anche in Gran Bretagna e nel Nordeuropa, il computer mapping sta cambiando profondamente la geografia, ridefinendo il suo rapporto con la storia culturale, oltre che con le attività che ruotano attorno al concetto di place branding. Con la nascita degli Historical Gis (o H-Gis), i database georeferenziati dedicati ai dati storici, e con le modalità di geovisualizzazione che essi permettono, le carte geografiche, un tempo il prodotto finale, statico e definitivo, del processo di ricostruzione storica, sono diventate uno strumento duttile e creativo, che sta rivoluzionando didattica e ricerca. Attraverso la geovisualizzazione, strutture e ordini spaziali in precedenza nascosti si rivelano agli occhi degli esperti ma anche a quelli non esperti, senza la mediazione di tabelle e piani cartesiani. Nel quadro comune dello spazio georeferenziato, fatti e informazioni possono incontrarsi al di là dei limiti temporali e degli steccati disciplinari e il passato diventa “presente”.
In Italia, dove il confine tra discipline storico-umanistiche e scientifiche è ancora profondo, il concetto di H-Gis suona ancora straniero. Ed è un peccato, perché l’approccio che veicola sarebbe utilissimo per “spiegare” un territorio stracarico di storia come quello italiano a chi ci si addentra per la prima volta, scomponendolo e ricomponendolo nei suoi mille strati. Ma sarebbe utile anche per riesaminarlo con occhi nuovi, quasi “dal di fuori”. E per rivalutarne valori “diffusi” lasciati in ombra da una tradizione storico-artistica e turistica che, da sempre, nel nostro Paese e non solo, privilegia la dimensione più “verticale” e concentrata (e, in fondo, più deterritorializzata) dei grandi monumenti. Con gli H-Gis, ogni spazio antropizzato può essere guardato come se fosse quello di una città americana o di una provincia canadese, nella quale tutto (non solo i monumenti) è “storico” e può e deve essere letto come tale. E in quale spazio iniziare un esercizio simile se non a Milano, la più “americana” delle città italiane? È questa l’idea scaturita dall’incontro tra un geografo padovano trapiantato in Texas (Alberto Giordano) e un sociologo politico milanese con il pallino dell’analisi spaziale (Rocco Ronza), durante una conferenza di storici e geografi a Chicago, e trasformatosi nel progetto di PhD di un intraprendente studente toscano (Michele Tucci) grazie al supporto della Texas State University a San Marcos. Creare un database storico per l’intero sistema viario della Milano contemporanea, caricandovi tutte le informazioni utili a datarlo tanto nella sua struttura fisica (i tracciati delle vie) quanto in quella toponomastica (i nomi) come chiave per far venire alla luce tutta la storia contenuta nel tessuto urbano della città, ma non ancora nella sua autorappresentazione e nelle sue guide turistiche.

Nei record del database georeferenziato, costruito dai tre ricercatori ed esteso (per ora) al nucleo storico della metropoli lombarda (quello compreso all’interno delle mura spagnole costruite nel 1549-60), trovano nuova collocazione date e vicende storiche già immagazzinate negli scaffali un po’ impolverati dei cultori della storia milanese. L’ordine imposto dalla costruzione del database e le possibilità aperte dalla geovisualizzazione, però, le illuminano di luce nuova, rivelando strutture profonde e linee di continuità e discontinuità. Come la Troia di Schlieman, o come una torta a strati, il centro della Milano contemporanea si rivela come la risultante di diverse città storiche successive, collassate una dentro l’altro. Dal patchwork di frammenti provenienti da passati diversi, apparentemente confuso, riemerge il genoma della città. Così, la rete viaria del centro rivela la matrice profonda risalente alla Milano romana, riemersa pian piano dagli anni Sessanta con gli scavi nelle viscere del centro per la costruzione della metropolitana. Sopra di essa, si sviluppa la lunga crescita spontanea della città medievale, cinta e protetta dal Naviglio interno (quello che campeggia ancora nelle foto in bianco e nero della Milano di fine Ottocento-primo Novecento), che determina il passaggio dalla forma quadrata della prima città romana alla struttura a raggiera e alle sei porte della città medievale e moderna. Le stesse porte, come i noduli posti sulla corteccia di un grande albero secolare, si sposteranno, nel Cinquecento, sulla cerchia dei Bastioni spagnoli, anch’essa viva nel tracciato di una circonvallazione della città moderna. Dalla storia, parallela a quella dei tracciati, della datazione dei toponimi delle vie della città odierna esce una storia del potere che ha insistito sullo spazio urbano. Se la Milano medievale le ha lasciato in eredità una trapunta di nomi di vie legati alle chiese e ai palazzi patrizi, le sedi del potere sociale e religioso sociale, l’era delle dominazioni straniere vede la prima avocazione allo Stato dei compiti di pianificazione dello spazio urbano che, oltre alla fondazione dell’Accademia di Brera e alla costruzione dei primi spazi pubblici “civili”, conduce alla sanzione statale della toponomastica tradizionale voluta da Giuseppe II con la riforma affidata al conte Cusani nel 1786. Il passo successivo è la comparsa della toponomastica celebrativa, staccata dal riferimento a landmark locali e concepita consapevolmente per iscrivere un discorso e una narrazione egemonici nel paesaggio urbano, introdotta con la Repubblica giacobina e la dominazione napoleonica e sopravvissuta in una manciata di nomi riesumati, dal senso ormai perduto nella memoria collettiva milanese, dopo il 1860 (via della Moscova, via Senato, via dell’Unione). È infatti sull’esempio dell’amministrazione francese che l’élite liberale, appena insediata ai vertici del governo locale, si impegnerà nel grande progetto di riscrittura del tessuto toponomastico della citta storica che, insieme agli interventi sui tracciati e sull’edificato (la Galleria, la nuova piazza Duomo, il Cimitero monumentale, la nuova Porta Nuova), contraddistingue i decenni dal 1860 alla Prima guerra mondiale e disegna la struttura simbolica che domina ancora oggi il cuore dello spazio urbano milanese. Rispetto all’impronta della città risorgimentale, sparsi e poco incisivi appaiono i segni lasciati sulla matrice della città dalle culture politiche successive – non solo quella fascista, i cui interventi sul reticolo toponomastico sono scomparsi senza lasciar traccia, ma anche quelle (repubblicana, socialista, cattolico-democratica) che si contendono e dividono la città dopo il 1945.

La mappatura del genoma urbano (che, quando ci si muove sulla scala, rivela il genius loci dei diversi sestieri del centro: Porta Vercellina e Nuova più “risorgimentali”, Porta Ticinese medievale e viscontea, Porta Venezia più asburgica e viennese…) non è un’operazione fine a se stessa. Si inserisce, è vero, nello spirito di altre iniziative recenti (pensiamo ai percorsi della “Milano antica” lanciati dal Museo Archeologico nel 2010), ma si propone al tempo stesso come piattaforma e cornice in cui inserire progetti dedicati a periodi storici o dimensioni particolari della città, in modo che tutta la complessa “identità” del centro storico di Milano, fatta di tanti diversi “passati”, ritorni leggibile – agli stranieri ma anche ai residenti, vecchi e nuovi. Ma lo stesso potrebbe valere anche per le periferie della città, le aree apparentemente “senza storia” strappate alla campagna dopo l’avvento dell’industria e della ferrovia a partire dal piano Berruto (1884), se il progetto di un H-Gis di Milano potesse essere esteso un giorno a tutta l’area comunale e metropolitana. Anche qui, i segni lasciati sul territorio dal passato rurale o periurbano, talvolta risalenti alla notte dei tempi, si fondono e si mescolano con quelli molto più recenti sovrapposti dall’espansione urbana del secolo scorso. Storie e narrazioni diverse da quelle della città storica, ma altrettanto degne di essere ri-conosciute e ancora più nascoste di quelle, data la mancanza, o la esiguità, in un patrimonio edificato e monumentale che contraddistingue le periferie.

E in un H-Gis urbano costruito su queste linee potrebbero trovare ospitalità, infine, anche altri progetti che mettano a tema il perdurare del passato (la storia) nel presente (il territorio). Per esempio, quelli volti a censire l’età del patrimonio edificato della città, alcuni dei quali già avviati prima dell’era dei H-Gis, che potrebbero aggiungere una cruciale dimensione “verticale”, con tutte le sue evidenti implicazioni architettoniche e storiche, alle dimensioni “orizzontali” dei tracciati e della toponomastica. Purché questi progetti, però, non si limitino solo agli edifici monumentali o “di interesse storico”, ma si pongano come obiettivo la mappatura, magari graduale, di tutto l’edificato urbano. Perché la storia non smette mai di camminare e ciò che appena ieri era (banalmente) nuovo, oggi sta già trasformandosi in heritage, prezioso tassello di una memoria collettiva locale, e non solo locale, arricchendo di nuove trame il patchwork dello spazio in cui viviamo. Perfino in un Paese come il nostro, che di storia forse ne ha troppa – o dove talora si pensa che il tempo, per qualche misterioso scherzo del destino,  abbia smesso di camminare in avanti.