Le sfide nascoste della Green economy

Le sfide nascoste della Green economy

11 November 2019

 

Sebbene l’obiettivo della riduzione del riscaldamento climatico di 2 gradi sia al centro dell’agenda mondiale, non è emerso un modello d’analisi capace di combinare difesa dell’ambiente e paradigma tecno-economico Green, con tutte le implicazioni tecnologiche sottese; i paradigmi tecno-economici si affermano quando si esaurisce un modello di riferimento e la tecnologia emergente permette di soddisfare la nuova domanda. Paradigma green sottende una combinazione tra offerta e domanda di beni e servizi che incorporano maggiore conoscenza, unitamente ad una intensità energetica e inquinante (CO2) più contenuta. L’associazione Està ha indagato il dare e l’avere della Green Economy e delineato i c.d. beni capitali, intermedi e di consumo (dal lato della domanda e dell’offerta) connessi al nuovo paradigma. I risultati sono inediti e smentiscono il modus operandi delle politiche ambientali piegate sui soli costi, mostrando un ritratto più completo della Green economy e svelando le insidie che una sua interpretazione semplificata nasconde per l’industria, la finanza e la politica. 

Il centro studi non profit EStà, in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente, ha predisposto 4 working paper (capitale, finanza, struttura e matrice) tesi a delineare le policy che meglio di altre possono implementare il progetto ambizioso di un green new deal. 

A Milano, il 29 novembre dalle 14.00 alle 18.30 presso l’Università Bicocca – Sala Rodolfi – per iscrizioni: barbara.terrone@assesta.it – in occasione del Convegno “Aumentare la ricchezza, diminuire la CO2. Industria e finanza alla sfida climatica” discuteremo proprio dei vincoli di struttura con il mondo accademico e le parti sociali.

1) L’impatto degli effetti climalteranti sul PIL è per lo più misurato in termini di costi, trascurando il capitale ; in realtà i costi di qualcuno sono anche un reddito per altri: la messa in sicurezza di un’area, il risanamento di un territorio, il disinquinamento delle falde acquifere e/o la ricerca di falde più profonde, sono effetti del cambiamento climatico che potrebbero diventare reddito in presenza di una politica economica all’altezza. La disputa sui costi fa ombra a qualcosa di più profondo, ossia la quantità di capitale nazionale che rischia seriamente di essere compromesso perché distrutto o reso inutilizzabile dagli effetti climalteranti. Più precisamente, considerate le previsioni sulle inondazioni, ci sono ampie porzioni di territorio che rischiano di essere private di capitale tout court e di valore aggiunto.

2) La finanza non può essere trascurata. Con quali lenti la politica monetaria guarda al cambiamento climatico? Nei più importanti documenti istituzionali, compresi quelli della Banca d’Italia, il tema è connesso ai parametri ESG (criteri ambientali, sociali e di governo), che permetterebbero la predisposizione di bond collegati agli obiettivi climatici. Purtroppo, le dinamiche finanziarie, anche quando inserite nella cornice dei parametri ESG, con difficoltà considerano i alcuni rischi rilevanti; per esempio il rischio di erogare più credito-capitale nelle zone a minor vulnerabilità climatica – dove ci sarebbe meno necessità di credito-capitale da investire – rispetto ad aree ad alta vulnerabilità; o ancora il rischio speculativo, cioè la creazione di bolle in un nuovo macro settore ritenuto ad alto potenziale di redditività. In tutti i casi resterebbe eluso il nodo strategico principale: uno degli ostacoli allo sviluppo del mercato delle obbligazioni verdi è la mancanza di progetti green, così come di misure politiche volte a rafforzare gli investimenti dell’economia reale in beni e infrastrutture verdi, essenziali per raggiungere gli obiettivi posti dagli accordi climatici di Parigi 2015.

3) Sarebbe il caso di indagare la relazione tra andamento di CO2, PIL e struttura produttiva. Nonostante vi sia accordo pressoché unanime sull’obiettivo di ridurre la CO2 per contenere gli effetti climalteranti, questo orizzonte è stato storicamente interpretato da taluni come un vincolo alla crescita e/o come vincolo all’uso delle risorse naturali. Da diverse parti, inoltre, si è manifestata l’intenzione di introdurre tasse di scopo per implementare il principio di chi “inquina paga”. Sarebbe molto più opportuna la rilevazione di una base imponibile coerente slegata dal consumo, introducendo un criterio di progressività connessa alla CO2. La sfida più importante si colloca in ogni caso nella relazione tra emissione di CO2 e struttura produttiva (modello di sviluppo). Osservando alcuni indicatori di sistema dei principali paesi europei (brevetti, R&S, investimenti verdi, PIL), si osserva che non tutti i paesi registrano gli stessi andamenti (E. Camisana). Le differenze sono legate alla struttura produttiva: tanto più questa è orientata alla Green Economy, tanto più mostra maggiori tassi di crescita e viceversa. La Green economy poggia sull’industrializzazione della ricerca e sulla politica pubblica; la distanza tra i paesi fotografa il loro posizionamento tecno-economico e la relativa possibilità di diventare protagonisti del cambiamento. Questo tema emerge con nettezza se misuriamo le relazioni determinate dalla produzione e dalla circolazione dei beni tra i vari settori in cui si articola un sistema economico, secondo l’approccio definito dall’economista russo Wassily Leontief. Ad un primo livello di indagine, emerge come il settore della manifattura industriale, rispetto ad altri maggiormente considerati dalla narrazione mainstream (trasporti, agricoltura) sia quello che meglio di altri reagisce in termini di de-carbonizzazione rispetto agli stimoli coordinati di Ricerca e sviluppo e brevettazione, oltre ad essere il settore strategico della Green economy in quanto cede i beni utilizzati dai settori, agricolo, dei trasporti, della climatizzazione etc.

Anche solo considerando queste prime indagini, emergono spunti sufficienti per stimolare disegni di politiche economiche adatte alle sfide dei prossimi anni, e per definire contemporaneamente una Strategia Nazionale di Sviluppo Sostenibile per il settore della manifattura industriale.